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mercoledì 26 febbraio 2014

DAVID HERBERT LAWRENCE E KATHERINE MANSFIELD



David Herbert Lawrence


Molti romanzi di David Herbert Lawrence sono guastati dall’intenzione messianica e propagandistica dell’autore, il quale volle diventare, da un certo momento in poi della sua carriera di scrittore, il cantore dell’amore liberato dalle sofisticazioni d’una civiltà giudicata polemicamente decrepita e repressiva, tutta volta a sopprimere in uomini e donne istinti primordiali e vitali come il sesso, teoria desunta in parte dal freudismo e a causa della quale l’autore smarrisce facilmente la felicità evocativa d’un ambiente e dell’intreccio psicologico e sentimentale tra uomini e donne che in quell’ambiente agiscono, una felicità  che è prerogativa peculiare della sua narrativa. Il narratore può solo raccontare una storia, giacché il suo compito è quello di fare poesia. Guai se nella narrativa si sovrappone al libero esercizio della fantasia il pensiero dell’autore e la volontà di trasmettere al lettore una teoria della vita con la pretesa, per giunta, di imporgliela. Nei romanzi di Lawrence, dunque, le ragioni dell’arte soccombono spesso all'intento messianico dell’autore, quello di porsi come profeta del sesso, un proposito che tradisce, peraltro, il sogno impossibile d’una virilità energica e indomabile per chi, come lo scrittore inglese, era afflitto da una grave forma di tisi che lo portò alla tomba poco più che quarantenne. 

mercoledì 19 febbraio 2014

LA LETTURA, PARTE SECONDA




Anton Cecov


Dicevamo, la lettura come piacere e impegno. Stavolta parliamo del racconto. Oggi, dal punto di vista editoriale, il racconto (o novella) è decisamente in ribasso, superato ampiamente dal romanzo, perché così hanno deciso gli editori, in particolare quelli italiani. Al punto che perfino gli autori di successo, quelli che pubblicano presso gli editori più importanti, sono costretti a stamparsi i racconti a loro spese (almeno gli scrittori che, non avendo smesso di amare il genere, continuano a praticarlo). A causa di questa decisione scellerata l’interesse del pubblico nei confronti del racconto è decisamente scemato, se non addirittura scomparso (mi riferisco sempre al nostro paese, perché nel mondo anglosassone, ad esempio, le cose non stanno esattamente così). Personalmente ho sempre amato i racconti e non sarà certo la miope moda editoriale dei nostri giorni a impedirmi di continuare a frequentarli. Di Cecov, uno tra i migliori autori del racconto, ho già detto qualcosa. Ho citato, tra i suoi lavori, Veroc’ka come uno dei miei preferiti. Ma tante altre sue novelle non mi stanco mai di rileggerle, di tanto in tanto. Mi vengono in mente subito due brevi prose che prediligo, fra le altre, per il loro intenso e struggente lirismo. La prima è intitolata Bellezze ed è una sorta di contemplazione disinteressata della beltà femminile intesa come un mistero ineffabile, qualcosa che incanta ma al tempo stesso confonde, perché intangibile e inafferrabile. Un uomo, oggi, indulgerebbe ad apprezzamenti volgari o, tutt'al più, sdolcinati davanti alla bellezza femminile. Invece, l’approccio di Cecov a questo fenomeno è d’una delicatezza squisita e malinconica.