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martedì 3 dicembre 2013

SHAKESPEARE E IL NICHILISMO DI AMLETO




Amleto nell'interpretazione di Lawrence Olivier
Amleto è la tragedia di uno spirito titanico che si dibatte nell’angusta prigione d’una natura  assediata dallo scetticismo e dall’abulia. Il principe di Danimarca dubita di tutto, soprattutto di se stesso e, poiché non è sicuro di nulla, si rifugia in una sorta di claustrofobia esistenziale che lo induce a una ruminazione carica di insofferenza verso ciò che lo vorrebbe pronto all’azione, cioè a compiere quella vendetta che gli ha domandato (e comandato) il fantasma di suo padre. L’esigenza della vendetta costituisce  un fortissimo richiamo alla sua coscienza,  ma non è sufficiente a spingerlo ad agire. All’adempimento di quello che pure avverte come un dovere per lui ineludibile, egli  preferisce la riflessione, il borbottio della coscienza,  quel costante interrogarsi su se stesso e su quanto  accade intorno a lui che sfocia nel famoso monologo  dell’ “essere o non essere”, dove si afferma , in sostanza, che non v’è certezza di nulla, anzi che il nulla sta al centro dell’essere, e che dietro ad ogni cosa c’è il vuoto.  Una constatazione che ci appare come una compiuta dichiarazione di nichilismo. Certo, al tempo di Shakespeare la definizione non esisteva e sarebbe passato del tempo per coniarla e, come dire, per tratteggiarne le caratteristiche. Ma dopo Shakespeare il nichilismo, questa mortale malattia dello spirito, si diffonde come una peste nella coscienza degli uomini dell’Occidente.


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lunedì 13 maggio 2013

IL CARATTERE DEL TEATRO DI SHAKESPEARE



Shakespeare (ritratto di autore ignoto)



Quattro o cinque anni prima di morire, al culmine della sua arte, Shakespeare cessa di scrivere per il teatro  e abbandona la sua attività di drammaturgo. E’ possibile credere, come hanno fatto taluni, che la più grandiosa opera drammatica che mai poeta abbia creato sia stata solo un regalo della fortuna ad un uomo il cui primo pensiero fosse quello di  produrre merce fruttuosa per la sua impresa teatrale e che perciò avrebbe smesso di scrivere una volta assicurata a sé e alla sua famiglia un’esistenza agiata?  Ci sembra più logico immaginare, invece, che il poeta abbia cessato di produrre le sue opere sublimi quando si rese conto che non c’era più un pubblico a cui rivolgersi perché la condizione favorevole del teatro elisabettiano, prodotta dall’ingente sviluppo e diffusione delle attività culturali durante il regno di Elisabetta, ebbe termine allorché la grande regina uscì di scena.